La banalità del male

Quando Hannah Arendt scrisse che solo il bene può essere radicale, e il male soltanto banale il mondo si offese.

Chi si era imbattuto nel “ male assoluto” del ventesimo secolo, il nazismo, trovò oltraggioso ridurre il male ad una dimensione così poco radicale, appunto. Ed è comprensibile. Le responsabilità per l’orrore inaudito dell’Olocausto sembravano subire un ridimensionamento, quasi una “normalizzazione”.

Ma se è così, lo è in un senso che all’orrore del male nulla toglie, anzi aggiunge.

Il male è banale. Ed é banale sempre. Perché per esprimersi deve poter attraversare senza fermarsi uno spazio ben preciso: lo spazio della coscienza. Che o non esiste del tutto, come per esempio negli psicopatici, oppure esiste in una forma che è una sua ridicolizzazione. In quest’ultimo caso, la “coscienza” è uno spazio dove i propositi vengono processati in automatico secondo una logica molto semplice, la logica della convenienza, dell’utile. Che non è una logica sbagliata in sè, anzi. È la logica necessaria ad ogni piano strategico. Sbagliata è l’assenza di qualunque altra valutazione.

Chi è capace del bene, possiede una coscienza che accoglie in sè, il punto di vista dell’altro, ma soprattutto il suo “sentire”. In sostanza la coscienza richiede la capacità di provare empatia.

Non tutti gli uomini ne sono capaci, ne esiste una larga fetta che difetta di questa capacità profondamente umana.

Essere in grado di mettersi nei panni altrui, che non significa saper immaginare i pensieri altrui o le altrui emozioni, è il presupposto per l’esistenza di una coscienza. L’empatia è la capacità di sentire emozioni e sentimenti altrui come fossero propri. Sentirli attraversare il proprio corpo, e riceverli dentro la propria anima.

Ecco perché il bene è radicale, perché nasce da un processo di immersione, da un sentire profondo e profondamente altruista.

Se lo spazio della coscienza è privo del suo presupposto l’analisi che ne consegue è o assente, oppure estremamente superficiale. Perché avviene al livello di ciò che conviene. Per sè naturalmente.

Chi è privo di empatia, inoltre, ritiene che questo tipo di valutazione sia l’unica valutazione possibile. E pertanto la valutazione corretta. Perché non potendo sentire ciò che l’altro sente può solo immaginare ciò che l’altro pensa o immaginare le emozioni che l’altro è in grado di provare ma senza esserne toccato.

Quando parlo di emozioni mi riferisco a qualcosa di profondamente diverso dai sentimenti. Le emozioni sono i sentimenti della pelle, i brividi di un attimo o della somma di milioni di attimi. Ma somma algebrica al massimo. Quando le emozioni si radicano, scendono nel profondo e diventano sentimenti. L’innamoramento diventa amore, la gioia felicità. Le emozioni sono risposte automatiche, reazioni chimiche. Avviano un’azione. Sono di breve durata e molto intense. Difficili da gestire.

I sentimenti attivano valutazione e consapevolezza. E perciò hanno profondità e durata.

Le persone prive di coscienza sono persone prive di sentimenti. Perché nulla scende nel profondo: la discesa comporterebbe infatti affondare in uno spazio del sè che è chiuso. Da traumi che hanno cancellato , e di cui sentono solo un riverbero costante che tentano compulsivamente di spegnere. Senza potersi mai affacciare a guardare. Pena la fine del falso sè su cui hanno costruito l’intera esistenza.

Chi non possiede il dono dell’empatia è certamente in grado di comprendere che l’altro può provare emozioni quali la paura, il dolore, l’umiliazione ma non riesce a farli suoi. Perché privo di amore, che è un sentimento. Il deficit di sentimento produce il deficit di empatia.

Chi prova empatia necessariamente fa suo il dolore dell’altro, e facendolo suo non può non considerarlo all’interno della propria valutazione. L’empatico prova amore per i propri simili.

E certo prova anche amore per sè, è il cosiddetto narcisismo buono, quello che ci porta a rispettare noi stessi. E sicuramente l’empatico elabora valutazioni in coscienza dove prevale l’amore per sè. Ma non sono valutazioni che originano il male, che è sempre dolore gratuitamente e superficialmente inferto.

Senza empatia, senza sentimento, non esiste coscienza ma il teatrino della coscienza, quello apparecchiato per la decisione inevitabile: il proprio utile.

Che può incorporare altre persone ma solo persone pensate come ad una estensione del sè ( tipicamente mogli e figli).

Eichmann obbedì agli ordini. Nella sua difesa si appellò al sistema di regole a cui doveva rispondere. Nemmeno lo sfiorò la questione etica. Nemmeno la questione arrivò mai alla sua pseudocoscienza. In nome di cosa avrebbe dovuto? L’amore per il genere umano?

Il genere umano era solo un insieme di soggetti cosificati, componenti funzionali o disfunzionali alla propria esistenza. Alle proprie convinzioni, convinzioni anch’esse mutevoli e non radicate, alla soddisfazione dei propri bisogni, variabili e molteplici.

Questi i soggetti che agiscono il male. Eichmann il burocrate, certo. Ma anche Hitler, il capopopolo. Che muoveva, e molto bene, le emozioni delle masse, la paura in prima fila. Perché chi manca di empatia è in genere abilissimo nella manipolazione. Conosce le emozioni utili all’attivazione di azioni per lui convenienti. E non prova rimorso per l’uso, spregevole, che fa dei suoi simili.

Perció. Solo il bene è profondo e radicale. Il male è banale. Superficiale. E proprio per questo spaventoso. Devastante. Non comprende le ragioni del bene, non può. Non c’è spazio per il confronto. A meno di intercettare, incidentalmente, nel bene qualcosa di utile per sè.

Certo, si comporta male anche chi possiede una coscienza, empatia e sentimenti. Ma. Accetta confronto e giudizio. E si pente. Cioè riconosce di aver agito in base ad una valutazione superficiale.

Il male banale non accetta giudizio. Si ritiene nel giusto, e in genere l’argomento difensivo è: voi al posto mio avreste fatto lo stesso. Perché ritiene che tutti posseggano soltanto i suoi miseri strumenti.

Il male non è radicale. È banale. Ed è normale, cioè assai diffuso. È sì assoluto, perché non accetta confronto, non comprendendolo. Perció non è redimibile. Ma solo stanabile.

Chi ambisce ad opporvisi deve conoscerlo. E comprenderlo. Perché il bene, grazie alla sua profondità è capace di comprendere anche il male.

©2020 Copyright by Lorenza De Micco. All rights reserved.

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