Paper, 2004

Immagina. Immagina di poter ricordare perché l’umanità fonda i propri diritti. E prova a immaginare una creazione. Prova a ricordare e poi dimmi che non siamo dèi.Prova, se riesci, a convincermi che l’idea di giustizia non è stata partorita nel mondo, nelle relazioni tra umani, nell’esperimento mondano del potere e della violenza, nelle mediazioni incessanti tra singoli e gruppi. Nella politica. E attraverso l’immaginazione, lo sforzo simpatetico che consente lo scambio dei posti tra chi soffre e chi osserva la sofferenza. Prova a immaginare e a ricordare, e dopo dimmi fino a che punto possiamo parlare del diritto come di un assoluto, e di cosa parliamo quando parliamo di giustizia.Avevamo la forza e l’intelligenza, e impiegandole abbiamo provato a sopravvivere, cioè ad ascoltare le urgenze delle viscere che pretendevano cibo e l’urlo delle membra che imponevano riparo e riposo. Sotto la spinta delle prime urgenze abbiamo esperito la violenza contro i nostri simili e abbiamo cominciato a doverci difendere dalla nostra stessa furia. Poi, ci siamo imbattuti in una strana pulsione, urgente anch’essa, ma che non nasceva dall’istinto di sopravvivenza, non aveva a che fare con la fame e con la sete, col sonno e la veglia, con l’immediatezza delle viscere, seppure da queste partisse, coinvolgendo mente e corpo, sconvolgendo la ragione che pure vi prendeva parte, annientando con furore ogni alterità che non vi fosse contenuta e ogni altro bisogno che non lo contenesse. Abbiamo imparato a riconoscere quella pulsione e abbiamo fatto con essa quello che facciamo con tutte le cose che ci spaventano, l’abbiamo chiamata. E l’abbiamo chiamata desiderio. E, in ragione dei desideri, abbiamo creato regole. Perché sono i desideri, più che i bisogni, a renderci lupi affamati, a spingerci l’uno contro l’altro, sono i desideri a chiederci che la soddisfazione sia esclusiva: se un bisogno può essere soddisfatto anche tramite la cooperazione, la soddisfazione di un desiderio necessita di antagonismo, il contrario della politica che è azione e discorso agonistico cioè spazio del confronto. La politica perciò nasce dalle ceneri del suo doppio, è il positivo del negativo originario. L’umanità nasce con essa, si fonda attraverso il riconoscimento del suo primato. Attraverso la politica, ossia attraverso il confronto tra eguali, abbiamo creato la legge, a difesa della comunità costituitasi in essa. Con essa, una prima idea di giustizia. Dimmi adesso, di quale diritto e di quale giustizia, stiamo parlando? Di quale giustizia tu pensi parlassero tra loro quei primi uomini e quelle prime donne? Non pensi, forse, che ragionando, ragionando avendo scoperto che potevano ragionare, cioè ascoltare capire astrarre e comprendere nonché valutare mezzi e fini, non pensi, forse, che facendolo abbiano preteso ognuno il massimo possibile? Non ti sembra credibile che nella mediazione ciascuno abbia lottato nell’agone accanto al fuoco perché ai suoi personalissimi desideri fosse ragionevolmente concesso il massimo della soddisfazione ottenibile nella trattativa? Fatichi, forse, ad immaginarlo? E, ora, prova a rispondere: chi pensi che abbia ottenuto di più? Allora e sempre, la prima volta e poi tutte le altre, ad ogni rinegoziazione chi, se non il più potente? E allora immagina tutti i possibili modi di essere potenti, allora e sempre, e immagina tutti i possibili volti di quei potenti e dimmi se ti sembra di vedere un solo volto di donna. Allora, ricominciamo, se vogliamo parlare di giustizia, da quel volto. Che ovunque riesci a immaginare tranne che sul palco dei potenti.Cosa pensi che abbia fatto di lei, quella trattativa? Cosa pensi che gli uomini abbiano fatto di lei, del suo corpo e della sua mente? E quanta parte di giustizia credi che, allora e sempre, le sia toccata? E, prima di farlo, prova a mettere insieme un’idea di giustizia che possa accogliere in sé le vite dei più deboli. Puoi farlo, ma devi riprendere a immaginare.Ritorna a quella trattativa intorno al fuoco e chiediti quali fossero i bisogni e i desideri da negoziare, e prova a guardare i volti, stavolta i volti degli uomini. E prova a dirmi cosa vedi in quegli occhi appassionati nella furia della discussione. Quello che vedi è quello che lei ha sempre visto e le ha sempre fatto orrore, quello che vedi è la sua vergogna, la sua umiliazione, quello che vedi è un oggetto. Uno fra i tanti della trattativa. È stata già stuprata, offesa, umiliata, relegata nel canto più buio della casa, durante le feste le è già stato assegnato il luogo più appartato, ha già più volte partorito tra feroci sofferenze, ha già amato il suo padrone, ha già amato i figli maschi del suo carnefice nell’illusione di partecipare un poco della loro soggettività, ha già odiato le sue figlie femmine nell’orrore di consegnarle allo stesso destino di sofferenza, ha già preso a confidare nella benevolenza degli dèi perché almeno le tocchi in sorte un solo padrone, ha già imparato a spiarne gli occhi per cavargliene in anticipo i desideri nella speranza di riceverne in cambio non già riconoscenza ma solo meno dolore possibile, ha già chiuso gli occhi la notte nel desiderio di stirare il più possibile quell’ unico spazio di quiete, illusione di libertà, ma si è arresa, come ogni volta, alla fatica che la riporta in un istante alla fatica del giorno dopo. Dopo aver scrutato a lungo quel volto, e prima di domandarti quale parte di giustizia esigerà per lei, chiediti cosa sia la giustizia. Ti accorgerai che è come la politica, il positivo dell’originario, l’ingiustizia. Ti sarà finalmente chiaro che riusciamo a definirla solo in negativo, che solo a partire da una ingiustizia ci facciamo un’idea della giustizia. La domanda che allora devi finalmente farti è: da dove nasce il senso d’ingiustizia? Nasce o dalla sofferenza esperita o dalla sympàtheia della sofferenza, cioè dalla capacità d’immaginare la sofferenza altrui. È in nome della sofferenza patita o immaginata che si prova un’esperienza d’ingiustizia e, conseguentemente, si avanza una richiesta di giustizia. Desideri soffocati, bisogni repressi, libertà violate tengono banco nella discussione che crea la comunità e fonda i diritti, si tessono fragili alleanze che si spezzano sui primi egoismi per poi ricomporsi in ragione di egotismi più largamente condivisi, si discute, si negozia, si vince e si perde in virtù di ciò che si offre, che siano lusinghe, che siano minacce. Si crea, così, una prima idea di giustizia, che tiene dentro i desideri, i bisogni, le libertà dei vincitori. Tra i quali, abbiamo detto, non scorgi, volti di donna. Avrà, allora, qualche potente, immaginato-per lei? Se vuoi saperlo, immagino di si. E immagino che qualcuno l’abbia fatto per amore, il più simpatetico dei mezzi a disposizione dell’umanità per sentire-con l’altro. Fu, quello, un amore compassionevole, simile per certi versi all’amore che qualche gerarca nazista provò per alcune internate…dovresti avere il volto di un ratto, ma ti guardo, e vedo solo bellezza…pur sempre amore ma niente a che vedere con l’amore che è ammirazione dell’altro, concetto che presuppone una soggettività dell’oggetto d’amore che resta integra, in sé finita, e a cui il sentimento è rivolto non per prenderne possesso ma per goderne in quanto altro da sé.Immagino, poi, però, che il senso d’ingiustizia creatore della prima idea di giustizia, abbia compreso in sé le figure ai margini della piazza pubblica solo nella misura di cose possedute dai vincitori. Quello che il diritto fece di loro fu di statuirne la natura di beni di proprietà a cui erano, nei fatti, già state ridotte dalla propria debolezza fisica , e in quanto tali le sottrasse all’arbitrio dei molti per consegnarle a quello, assoluto, di pochi.Questa la giustizia che fu loro riservata.E questo il diritto su cui gli uomini costruirono la propria storia.E ora, non immaginare più ma prova a guardarti intorno.Cerca la storia che abbiamo ricordato negli occhi delle donne che abitano il pianeta, e prova, se puoi, a sentirne il peso. Cercala penetrando la stoffa pesante di un burqa o quella leggera di un velo da sposa, cercala indagando il trucco disfatto di una sera spesa nel piacere altrui, cercala superando le lacrime colate da un corpo senza carne, cercala attraversando il ghiaccio abbandono allo stupro, cercala incrociando tristezze di fasulle esibite lussurie.Adesso che hai sentito il peso del passato e il dolore del presente, sai quello che sanno loro e forse qualcosa in più. Sai soprattutto che la Giustizia non esiste, sai che il massimo che gli umani possano fare è porre rimedio alle ingiustizie. E che, se non le patisci, puoi immaginarle. Se solo ti fermi a ricordare. Se solo ti fermi a guardare. Ancora, sai che abbiamo scelto di costruire il mondo attraverso la politica, azione e discorso presente da consegnare al futuro nella forma del diritto. Perciò, sai molte, troppe cose per poterti ancora dire non responsabile delle scelte che sei chiamato a fare.

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